Il Bene Vince Sempre: l’ultima cordata di Andrea Badaracco
C’è un legame misterioso che unisce la roccia al cielo, la fatica del respiro in quota alla preghiera silenziosa. Chi ama la montagna sa che ogni ascesa è un atto di fiducia, una tensione continua verso qualcosa che ci supera. Andrea Badaracco, stimato medico di Lugano e uomo dalla fede granitica, abitava questa tensione con una naturalezza rara. Il 19 luglio 2024, sulla cresta affilata che unisce la Punta Zumstein alla Punta Dufour, la sua cordata terrena si è sciolta per legarsi definitivamente all’Infinito, lasciando dietro di sé una traccia luminosa che attraversa i ghiacciai del Monte Rosa e arriva dritta al cuore di chi lo ha conosciuto.
Prima di essere un alpinista, Andrea era un testimone della carità vissuta. Medico alla Clinica Moncucco e padre di otto figli, interpretava la professione come una missione affidatagli da un Altro. La sua appartenenza a Comunione e Liberazione non era un’etichetta associativa, ma la linfa che alimentava il suo sguardo: per lui, il paziente non era mai un caso clinico, ma un volto da accogliere, una libertà da incontrare. Insieme alla moglie, aveva trasformato la propria casa in un porto sicuro, un luogo di accoglienza incondizionata per profughi e giovani in difficoltà, rendendo tangibile quella certezza che aveva voluto incidere persino sullo stemma di famiglia: "Il bene vince sempre".
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| Il Monte Adula (3402 m.) |
Questa stessa certezza Andrea la portava nello zaino ogni volta che stringeva i ramponi. Il suo stile alpinistico era quello della scuola svizzera più pura, fatto di rigore, silenzio e una preparazione meticolosa. Scalava spesso con i figli, ponendosi come capocordata non solo tecnico ma morale. La sua attività alpinistica spaziava dalle vette "di casa" ai giganti delle Alpi Pennine. Amava profondamente l'Adula (3402 m), la cima simbolo del suo Ticino, che frequentava come luogo di allenamento e di riflessione. Ma era sui quattromila del Vallese che il suo spirito trovava la massima espressione: aveva risalito i pendii glaciali dell'Alphubel (4206 m) e dell'Allalinhorn (4027 m), cime che offrono panorami infiniti e che lui percorreva con la stessa cura con cui visitava un paziente.
Il massiccio del Monte Rosa, però, restava il suo santuario d'elezione. Conosceva bene la via che porta alla Capanna Margherita sulla Punta Gnifetti e le creste dei gemelli Castore e Polluce, mete classiche che amava condividere con gli amici del movimento. Suo figlio Matteo ricorda con commozione come il padre non cercasse mai la prestazione sportiva fine a se stessa:
"Mio papà non cercava la prestazione, cercava lo sguardo. Sulle creste, anche nei momenti di fatica, il suo volto era pieno di una letizia che nasceva dal sentirsi al suo posto nel mondo, dentro il disegno di un Altro".
"Lui mi ha insegnato che non bisogna aver paura del buio, perché la luce del bene è più forte".
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| Andrea (a sinistra) e Matteo Badaracco |
Il funerale, celebrato nella chiesa del Sacro Cuore a Lugano, è stato l'ultima grande "cordata" di Andrea. Una folla immensa si è stretta attorno alla famiglia, trasformando il lutto in un momento di straordinaria speranza. Tra i canti della tradizione alpina di CL, è emersa la forza di una vita che non si è spezzata, ma compiuta. In quell'occasione, Matteo ha offerto la chiave di lettura definitiva per comprendere chi fosse davvero suo padre:
"Il bene vince sempre non è uno slogan ottimista. È la constatazione che l'amore che mio padre ha seminato non è morto con lui sulla Punta Dufour. Lo vedo negli occhi di chi lo ha conosciuto, lo sento nella forza con cui mia madre e i miei fratelli andiamo avanti. Il bene vince perché resta".
Andrea Badaracco ci ha lasciato una lezione preziosa: la santità non sta nel compiere imprese impossibili, ma nel camminare verso la vetta tenendo per mano chi ci è stato affidato, certi che, per quanto la salita sia dura, la meta è una Bellezza che non delude. Guardando oggi il profilo del Monte Rosa, sappiamo che su quelle creste non è rimasta solo una tragedia, ma la traccia luminosa di un uomo che ha amato il mondo perché amava profondamente Chi lo ha creato.
Molto belle sono le parole che ha scritto Matteo, in occasione del primo anniversario della morte del padre (Luglio 2025)
"Non a caso ho detto che sono sopravvissuto miracolosamente. Il ghiacciaio era praticamente verticale per 300 metri, con una lunga fila di rocce che, nella caduta, in qualche modo ho saltato via. Praticamente nessuno poteva vederci, se non un paio di persone in una cresta, in alto, distanti da noi. Fisicamente, ho riportato una clavicola rotta e poco altro. Neurologicamente, ho subito un grave trauma con sanguinamenti cerebrali che mi hanno tenuto in coma per molti giorni. All’inizio le diagnosi erano pessimistiche: avevano detto a mia moglie che probabilmente non sarei stato più lo stesso. Anzi, a dire la verità all’inizio, per errore, le dissero che ero morto. Invece, ora, sono tornato quasi del tutto come prima.Il risveglio dal coma è stato un ritorno alla vita profondamente significativo, che ha risvegliato in me un sentimento profondo di gratitudine e affetto verso tutti coloro che avevo intorno.......Questa esperienza mi ha reso ancora più consapevole della precarietà della vita e di quanto sia importante sfruttare ogni momento al massimo. Ogni momento che viviamo è prezioso: un dono. Questo non vuole essere un racconto di tristezza, ma di stupore e meraviglia. Ho imparato che anche in una situazione così tragica possono fiorire tanti doni inaspettati......Sono per esempio molto più affezionato alla mia famiglia: ogni giorno guardo i miei figli e mia moglie commuovendomi del dono che sono. Anche il mio rapporto con il Signore è cresciuto. Nonostante questa tragedia ci tengo a dire a tutti che la vita è bella e degna di essere vissuta (grande insegnamento di mio padre)...."
Infine un ricordo della vita e delle opere di Andrea si può leggere sul bel libro : "La Compagnia della Cima-Storie di amicizia in montagna", ed Sanpino, 2024 (pag 59)




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