La misteriosa scomparsa dell'alpinista Don Giuseppe Buzzetti




Esistono figure che sembrano nate per confondersi con la pietra delle loro montagne. Don Giuseppe Buzzetti non era solo un alpinista; era un’anima che misurava la propria fede in metri di dislivello e gradi di difficoltà. Nato a Chiavenna il 24 gennaio 1886, crebbe respirando l'aria delle Alpi Retiche e, dopo l'ordinazione sacerdotale nel 1910, legò indissolubilmente il suo ministero a Uschione, lo splendido terrazzo naturale che domina Chiavenna. In questo borgo sospeso, raggiungibile allora solo attraverso una ripida mulattiera di pietra, Don Giuseppe non era solo il vicario; era una presenza silenziosa che percorreva i sentieri con la stessa naturalezza con cui recitava il breviario. Per lui, la montagna non era un passatempo, ma una necessità dello spirito: "Sulla montagna non si può mentire a se stessi né agli altri," amava dire, "perché la parete è un giudice severo che non ammette finzioni."

Il cuore del suo alpinismo batteva nei luoghi che circondano Uschione, in particolare verso il Piatello, una località a circa 1500 metri dove i prati lasciano spazio ai primi contrafforti rocciosi. Don Buzzetti apparteneva a quella rara schiatta di alpinisti che prediligevano la solitaria, una scelta che rifletteva la sua ricerca di un dialogo esclusivo con il Creatore. Superando i maggenghi del Piatello, dove il silenzio della quota diventava per lui il linguaggio stesso di Dio, puntava dritto verso le pareti più severe. Scriveva infatti che "nel silenzio delle vette, la voce del Padre non è un sussurro lontano, ma una forza che scuote l'anima e la costringe a guardarsi dentro."

Prata Camportaccio con la testata della Val Schiesone, con la punta Buzzetti e a destra il Pizzo di Prata

La sua impresa più celebre resta la Parete Nord del Pizzo di Prata, una muraglia di 700 metri che incombe selvaggia sulla Val Schiesone. In questa bastionata di gneiss, Don Giuseppe vinse la parete superando passaggi di terzo e quarto grado senza protezioni moderne, dimostrando un intuito eccezionale che lo portò, già nel 1905, a tracciare una via sulla parete Sud-Ovest del Sasso Manduino, guidato dalla convinzione che "ogni appiglio trovato è un dono della Provvidenza, ogni passo compiuto è un atto di fiducia."

Il legame profondo tra l'uomo e il territorio ha trovato un riconoscimento eterno nella cartografia ufficiale. Nel cuore del Gruppo del Pizzo di Prata, una cima di 2462 metri è stata battezzata in suo onore: la Punta Buzzetti. Per l'escursionista esperto che oggi volesse raggiungerla partendo da Uschione, la salita richiede ancora intuito e passo sicuro. Dedicargli questa punta non è stato solo un atto di stima alpinistica da parte del CAI, di cui fu socio fondatore della sezione di Chiavenna nel 1924, ma un riconoscimento spirituale. Ricordandoci la sua lezione più pura, egli scriveva che "le cime non si conquistano, si chiedono in prestito al cielo per un istante di beatitudine."

Per chi volesse approfondire questa figura straordinaria, il volume "Il prete scomparso. Storia dell'alpinista don Giuseppe Buzzetti", curato da Alberto Benini e Guglielmo Scaramellini per il CAI di Chiavenna, resta la fonte più preziosa e documentata. In quelle pagine emerge come, per Don Buzzetti, la salita fosse una forma di liturgia silenziosa: "Vivere, sentire Iddio sui monti, meglio che ai piè degli usati altari. L’alpinista in buona fede non può essere antireligioso... gradatamente, ma sicuramente si sente portato alla convinzione e alla pratica religiosa." Sosteneva che la fatica fosse "il miglior incenso che l'uomo possa offrire, un sacrificio che purifica il corpo e libera lo spirito dalle catene della quotidianità."

La punta Torelli (3134 m.)


Il 14 luglio 1934, Don Giuseppe chiuse il suo cerchio terreno con la coerenza che lo aveva sempre contraddistinto. Partì dal Rifugio Gianetti diretto alla Punta Torelli, nel gruppo del Badile-Cengalo. Fu avvistato per l'ultima volta sulla vetta, poco prima che un violento temporale avvolgesse la cresta. Non tornò mai a Uschione e il suo corpo non fu mai ritrovato, quasi a voler confermare il suo ultimo pensiero: "L'alpinista non muore, si dissolve nell'azzurro per diventare parte delle rocce che ha accarezzato." 


Il Rifugio Gianetti con il Pizzo Badile (3308 m.)


Vediamo i dettagli della sua ultima avventura come viene descritta da Massimo dei Cas sul sito paesidivaltellina.it 

"Domenica 15 luglio 1934 ad Uschione, paesino adagiato su un bel poggio del versante montuoso ad est di Prata Camportaccio e Chiavenna, è atteso, per la funzione domenicale, don Giuseppe Buzzetti: ma la sua inconfondibile figura, austera, schiva, claudicante, non compare.

Il sacerdote, forte tempra di alpinista, era partito da Chiavenna il giovedì precedente e, compiuta una lunghissima traversata, aveva raggiunto la bocchetta di Sceroia, che, a 2714 metri, congiunge la valle Alpigia (laterale della Val Codera) alla Val Porcellizzo, in Val Masino, per poi scendere al rifugio Gianetti. Questa sola notizia ci può far capire che tempra d’uomo fosse: una camminata del genere, che comporta ben più di 2000 metri di dislivello, richiede doti di resistenza a dir poco fuor del comune.

Dopo il pernottamento, il giorno seguente sale al pizzo Badile, in solitaria, come era uso fare: si trattava, infatti, anche di una figura di valente alpinista, che aveva legato il suo nome ad imprese destinate ad essere ignorate se non fossero state raccolte dal conte Bonacossa. La più importante era stata la prima ascensione del pizzo di Prata (il Pizzasc, o Pizzun, come lo chiamano a Chiavenna) per la temibilissima parete nord, che incombe con il suo impressionante strapiombo sulla val Schiesone.

Anche il successivo sabato è dedicato ad un’ascensione, nonostante il tempo volga al peggio. A nulla serve il tentativo di dissuasione del gestore del rifugio: don Giuseppe raggiunge la vetta della punta Torelli (m. 3137), e lì viene visto, dal rifugio, per l’ultima volta. Poi, più nulla. Il furioso temporale che si è scatenato sembra averlo inghiottito. Ad Uschione, come detto, lo attendono invano, e subito vengono organizzate le ricerche, senza esito.

Solo con notevole ritardo, circa un mese dopo (il 15 agosto), viene ritrovato, alla bocchetta Torelli, un biglietto che permette di azzardare qualche ipotesi su quanto accaduto. Il biglietto reca scritto: “Don Giuseppe Buzzetti C.A.I. sez. di Chiavenna, da Bresciadiga, passo Sceroia, capanna Gianetti, pizzo Torelli, bocchetta Torelli per Bresciadiga 14-VII-34” (o, secondo altri, “11-VII-34”).

Due ipotesi, a questo punto, si impongono: la bocchetta si trova sulla cresta che scende dalla punta Torelli, e da essa l’alpinista forse tentò una discesa diretta verso l’alta Val Codera, per un ripido canalone, oppure proseguì lungo la cresta fino al passo Porcellizzo, la più facile via di discesa in Val Codera. Sia accaduta l’una o l’altra cosa, quel che è molto probabile è che, forse colpito da un fulmine, forse scivolato, sia caduto in un crepaccio, probabilmente fra ghiacciaio e fronte roccioso, per essere poi ricoperto dalla neve.

Quel che è certo è che il suo corpo non fu più ritrovato. E’ come se, ancora nel pieno del suo vigore (aveva 48 anni, essendo nato nel 1886), la montagna, quasi amante gelosa che vuole interamente per sé coloro che la amano, l’avesse nascosto per sempre agli uomini." 

Questa assenza ha trasformato la sua storia in leggenda: ancora oggi, nel silenzio del Piatello, si dice che Don Giuseppe non sia mai sceso, ma sia rimasto in quota a fare la guardia alle sue amate cime.

A don Buzzetti, infine, è stata dedicata la croce collocata sulla cima del pizzo Damino, che sovrasta Uscione, nel 1966.

La croce sul Pizzo Damino


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