Il cappellano delle crode: Don Pietro Zangrando e il Battaglione Val Piave
Ci sono figure nella storia del cattolicesimo e dell’alpinismo che sembrano nate per fondere la cordata e la preghiera in un unico, inscindibile cammino. Una di queste è senza dubbio don Pietro Zangrando — per tutti semplicemente don Piero —, leggendario cappellano militare del Battaglione Alpino "Val Piave" (7° Reggimento) durante gli anni verticali e tragici della Grande Guerra.
La sua è una storia di assoluta povertà materialmente vissuta, di amore per la Patria e di una fede incrollabile, passata attraverso il fuoco delle crode e le amarezze del dopoguerra. Ma don Piero non indossava la divisa delle Penne Nere per puro dovere burocratico: era lui stesso un autentico e provetto alpinista, una qualità che si rivelò decisiva per la sopravvivenza e il conforto dei suoi uomini sui fronti più impervi del conflitto. Un alpinista in tonaca e scarponi chiodati.
Nato il 7 novembre 1878 a Perarolo, alle porte del Cadore, Piero cresce respirando l'aria delle Dolomiti. Aiutato dal suo parroco negli studi, viene consacrato sacerdote a Belluno nel 1903 e inviato come cooperatore ad Auronzo.
Quando nel 1915 scoppia la guerra, a 38 anni parte volontario. Destinato prima al battaglione Monte Antelao e poi al Val Piave, diventa presto il padre e l’amico degli alpini, di cui condivide disagi e pericoli. Nelle postazioni d’alta quota del Paterno, delle Tofane e delle Tre Cime di Lavaredo, le sue doti alpinistiche fecero scuola. Don Piero non era un cappellano da retroguardia o da baracca di fondovalle. Per raggiungere gli alpini arroccati sulle cenge più esposte, doveva superare da solo camini verticali, sfasciumi e passaggi di roccia di notevole difficoltà tecnica.
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| Il Monte Paterno (2746 m.) |
La sua familiarità con il vuoto e il piede fermo sui terreni impervi gli permettevano di muoversi in totale autonomia, senza mai gravare sulle guide del battaglione o richiedere soldati di scorta per farsi accompagnare nelle sue missioni pastorali.
Celebrare la Messa in prima linea significava spesso allestire altari di fortuna su esili terrazzini rocciosi sospesi nel vuoto, battuti dal vento e dal tiro nemico, dove la calma e l'equilibrio di un vero montanaro facevano la differenza tra la vita e la morte.
Il 7 giugno 1915, don Piero accorre da Forcella Longeres sul tavolato meridionale del Monte Piana, dove gli alpini stanno resistendo stremati sull'orlo dei precipizi. Si spinge in prima linea per confortare feriti e morenti, senza distinzione di divisa. È lui stesso a ricordare quei momenti drammatici:
“Ho assistito dal principio alla fine a questo combattimento e posso dire di essere meravigliato dei nostri soldati [...] Io stesso, mentre dopo il combattimento impartivo l’estrema unzione ad un austriaco nei pressi della Piramide Carducci, corsi pericolo di essere fatto prigioniero. Ebbi il cappello forato da pallottola di fucile [...]”
Sulla cima del Monte Piana (2324 m.) passava il confine tra l'Italia e l'Austria e li si svolse una interminabile battaglia, durata due anni, tra il Regio Esercito e l'Esercito Austro Ungarico.
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| Il Monte Piana, con ancora i resti delle trincee della prima guerra mondiale |
Due mesi dopo, don Piero mette nuovamente a frutto la sua resistenza alla quota seguendo gli alpini del Val Piave e del Cadore che scendono alla conquista del Rifugio Tre Cime, della Torre di Doblin e del Sasso di Sesto. Segue l'assalto ravvicinato, dimostrando una dote tipica degli alpinisti di razza: la capacità di resistere all'addiaccio. Dorme la notte tra i massi e le pietraie e giunge tra i primi nelle trincee conquistate, un comportamento eroico che gli vale la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Muoversi sotto il fuoco degli Standschützen austriaci su quelle pareti dolomitiche richiedeva una conoscenza perfetta della morfologia del terreno. Monte Rufo, Forame, Tofane, Isonzo, Alpi di Trento: ovunque si combatta e si muore, il cappellano-alpinista c'è. E a vittoria splendente, annoterà nei suoi ricordi una frase che definisce lo spirito di un'epoca: «Essere un italiano è un onore, ma quello che più importa è essere eroi».
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| La Torre di Toblin (2617 m.) |
Alla fine della guerra nel 1919 gli viene affidata la parrocchia di Sospirolo, provincia di Belluno. L'accoglienza è fredda, sono gli anni duri delle contestazioni delle "leghe rosse", ma don Piero non arretra di un millimetro: “Sostengo – dice - una noiosa battaglia con chi pensa e parla male del prete. Ma se cerco di fare del bene, se opero secondo coscienza, che importa l’approvazione degli altri!”
E Don Piero vince la sua battaglia “politica”: nel ’21 promuove la “Gioventù femminile di Azione Cattolica”, nel ’25 dà vita al bollettino parrocchiale “Per il Bene”, nel ’29 il Vescovo benedice le bandiere dei circoli cattolici da lui voluti, il “Sacro Cuore” e il “San Pietro” .
Rifiuta persino il titolo di monsignore e un posto di rilievo a Roma perché, scrive, “per essere monsignore e vivere in città ci vuole qualche risorsa finanziaria e io sono poverissimo [...] preferisco il silenzio e la semplicità dei monti... povero tra i poveri”. Quando anni dopo, a Candide, un barone gli regalerà un'automobile, don Piero correrà a venderla per aprire una cucina di beneficenza per i bisognosi. Memorabile rimane il suo incontro con il Re nel 1926 a Belluno, all'inaugurazione del monumento ai caduti. Il Sovrano gli fa scherzosamente notare che, tra tanti alpini perfetti, solo lui camminava con il passo sbagliato. La replica di don Piero è fulminea: “ Maestà in trincea ho sempre marciato con il passo giusto"
L'impegno pastorale non lo allontana mai dalle sue amate montagne e dai suoi vecchi commilitoni, partecipando attivamente alle gite dei "veci" sui luoghi di guerra. Ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo progetta e costruisce, aiutato dagli alpini che si "arrangiano" per il legname, la chiesetta della Madonna della Croda dedicata a Maria Ausiliatrice. A chi, malignamente, gli chiede se quella Madonna sia quella da invocare o quella da "moccolare" (bestemmiare) quando la scalata della roccia diventa maledetta, don Piero risponde con la profonda comprensione di chi sa cosa significhi trovarsi in difficoltà appeso a una parete: “Mascalzoni! L’imprecazione tirata quando si è proprio in bisogno e con cuore che sia puro, non solo viene perdonata, ma è presa lassù come una pura e semplice invocazione!”
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| La cappella della Madonna della Croda, sullo sfondo i Cadini di Misurina |
Consumato nel fisico da una vita spesa senza sosta come un "ebreo errante" a camminare sulla neve dei suoi monti per raggiungere le frazioni più isolate, e colpito da un grave male allo stomaco, don Piero si deve arrendere alla fine del 1935. Anche sul letto di morte, assistito dal vecchio amico e compagno di guerra, il medico e celebre accademico e alpinista Antonio Berti, non perde l'ironia della cordata. Ricevendo gli ultimi sacramenti, dice a un amico: “Vedi, caro, sto facendo le prove della morte! Sta attento e impara la manovra!” Si spegne l'8 dicembre 1935, nel giorno dell'Immacolata. Sull'Alpino, Angelo Manaresi lo saluterà immaginando i morti del 7° Reggimento farsi incontro alla sua grande ombra: “Noi siamo i morti del 7°, quelli che tu, Don Piero, raccomandasti a DIO nell’ora estrema... soldato fra soldati tu ritorni fra noi a vivere eterno nel cielo della Patria”.
Oggi don Piero riposa nel tempietto militare di San Francesco d’Orsina a Calalzo. Sulla sua nicchia si legge: Sacerdote di Dio e della Patria riposa nel Signore. Don Piero non era un "militarista" non era un uomo che amava la guerra, come altri sacerdoti cappellani militari (es.Don Gnocchi) Don Piero era li per stare vicino ai suoi giovani amici alpini per assisterli spiritualmente e per confortare i morenti sia italiani sia...austriaci. E' stato un uomo che ha saputo piantare la piccozza nel ghiaccio per tenere la fede ben salda oltre il confine del baratro.





Un prete e un uomo vero
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