La cordata senza tempo di Bepi Dellantonio
Ci sono uomini la cui vita sembra scolpita direttamente nella dolomia, capaci di attraversare il tempo con il passo regolare, lento e sicuro di chi sa che la fretta è nemica della vetta. Proprio in questi giorni, la Val di Fassa si è stretta attorno a un testimone d'eccezione: Giuseppe "Bepi" Dellantonio, detto Tasin, che ha traguardato lo straordinario traguardo dei 103 anni, confermandosi la guida alpina più longeva d'Italia.
Nato a Moena nel marzo del 1923, Bepi incarna quell'alpinismo d'altri tempi che noi di Fede e Piccozza amiamo custodire e raccontare. Un alpinismo fatto di scarponi pesanti, corde di canapa e, soprattutto, di un profondo, religioso rispetto per il Creato.
"Sono nato a Moena nel marzo del 1923 e fin da piccolo il mio sguardo è andato alle vette che fanno corona alla Val di Fassa", ha raccontato di recente Bepi con una lucidità invidiabile. Eppure, l'inizio della sua avventura professionale fu quasi casuale, dettato dall'amicizia e dalla condivisione: "Ho iniziato a praticare su suggerimento degli amici, e poi è diventata la mia vita".
Il gruppo del Catinaccio al tramonto
Per Bepi, fare il menacrep – la guida alpina, in lingua ladina – non è mai stato un semplice mestiere o una sfilata di successi sportivi. È stata una vocazione al servizio degli altri e della propria terra. Ha accompagnato tra le guglie del Catinaccio, del Sassolungo e della Marmolada intere generazioni, insegnando prima di tutto l'arte della prudenza. Spesso ama ripetere un consiglio semplice ma vitale, che ogni montanaro dovrebbe scolpire nel cuore:
"In montagna non bisogna mai rischiare. Se il tempo si mette al brutto, è meglio tornare indietro. La montagna esige rispetto, sempre."
Con questa filosofia ha legato alla sua cordata i profili più disparati, senza fare distinzioni: "Ho portato sulle Dolomiti anche senatori e ministri, ma in cordata siamo tutti uguali, ci si affida l'uno all'altro".
Se si sfogliano gli annali dell'alpinismo moderno alla ricerca di pareti inviolate o vie di sesto grado firmate da Bepi Dellantonio, si rischia di mancare il fuoco della sua storia. Bepi appartiene a quella straordinaria generazione di montanari che ha superato l'esame da portatore nel 1949 e ha ottenuto il titolo di Guida Alpina nel 1952, esaminato e promosso nientemeno che dal "Re del Brenta", Bruno Detassis.
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| Il gruppo del Sassolungo |
Le sue ascensioni più importanti sono state le centinaia e centinaia di salite classiche sulle montagne di casa — il Catinaccio, il Sassolungo, le Torri del Vaiolet e la Marmolada — compiute non per brama di successo personale, ma per portare in totale sicurezza gli altri lassù, dove da soli non avrebbero mai osato guardare. Un alpinismo del servizio, dove il capocordata mette interamente la propria tecnica e il proprio istinto al servizio del cliente, che si tratti del neofita alle prime armi o di importanti personalità delle istituzioni.
La sua prudenza, unita a un legame indissolubile con il gruppo degli storici Ciamorces de Fascia (i Camosci di Fassa), ci ricorda che il vero alpinista non è colui che vince la montagna, ma colui che si lascia educare da essa. Nella fatica della salita e nel silenzio delle cime, l'uomo impara a ridimensionarsi, a riconoscere la propria fragilità e, per chi sa guardare oltre, a scorgere l'impronta del Creatore.
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| Le Torri del Vajolet |
A cogliere il nucleo più profondo di questa lunghissima esistenza è stato anche l'Arcivescovo di Trento, Lauro Tisi. In occasione di questo storico traguardo, il pastore della Chiesa trentina ha voluto rendere omaggio alla figura di Bepi, sottolineando come la sua vita sia stata una testimonianza luminosa di due valori evangelici e alpini fondamentali: la passione e il servizio per la propria terra.
Nelle parole dell'Arcivescovo si ritrova il senso autentico del camminare tra i monti: "La testimonianza del signor Giuseppe parla alla vita delle nostre comunità: abbiamo bisogno di persone che aiutino a non smarrire la strada, che custodiscano la memoria e aprano cammini nuovi". Bepi, con la sua piccozza e la sua corda, ha tradotto la fede in gesti concreti, accogliendo il prossimo e mostrando la via, sulle rocce così come nella vita.
Festeggiato a Campitello di Fassa, il 10 Luglio 2026, circondato dall'affetto della sua comunità, dalle penne nere degli Alpini e dai colleghi in maglione rosso, Bepi Dellantonio ci offre una lezione che va ben oltre l'alpinismo. Arrivare a 103 anni con quella serenità nello sguardo è il frutto di una vita vissuta all'aria aperta, certo, ma soprattutto di uno spirito leggero, libero dall'orgoglio e ricco di gratitudine.
Quando un vecchio alpinista compie cent'anni, non celebriamo solo i metri di dislivello o le vie aperte. Celebriamo la fedeltà alla propria terra, la pazienza nell'attendere il buon tempo e la consapevolezza che, quaggiù, siamo tutti in cammino verso una Cima più grande.
A Bepi, vera e propria "sentinella delle Dolomiti", va il nostro grazie e l'augurio di continuare a ispirare, con la sua presenza silenziosa, tutti i pellegrini delle alte quote.
Buona strada, Bepi.




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